04th ott2012

SOS LE EMOZIONI SON DI CASA

Iniziativa rivolta alle mamme e ai loro bambini:

by zetema

24th giu2012

ALLEANZA DI LAVORO TRA UTENTI E OPERATORI. Dalla valutazione di processo a un metodo di trattamento

Lo Studio di Psicologia Zetema segnala la pubblicazione del libro
“ALLEANZA DI LAVORO TRA UTENTI E OPERATORI. Dalla valutazione di processo a un metodo di trattamento” cui il Dott. Dario Ferrario ha partecipato nella stesura di alcuni capitoli.

Vi invita inoltre al seminario “Dalla valutazione di processo ad un metodo di trattamento” in occasione della presentazione del libro che si terrà il 25 settembre allo Spazio Oberdan a Milano.

by zetema

10th feb2012

OLTRE IL FARE QUOTIDIANO, LE NOSTRE EMOZIONI

IO MAMMA - OLTRE IL FARE QUOTIDIANO, LE NOSTRE EMOZIONI

La biblioteca San Gerardo di Monza in collaborazione con lo Studio di Psicologia Zetema organizza una serie di incontri sul tema della nascita e della maternità e paternità.

Incontri liberi e gratuiti.

by zetema

23rd gen2012

CHE FIGLIO HO NELLA TESTA: CONFRONTO FRA IL MODELLO DI FIGLIO IDEALE E IL FIGLIO REALE. (relazione introduttiva alla serata laboratorio del 18 gennaio 2012, Sovico – Sala Civica)

CHE FIGLIO HO NELLA TESTA: CONFRONTO FRA IL MODELLO DI FIGLIO IDEALE E IL FIGLIO REALE. (relazione introduttiva alla serata laboratorio del 18 gennaio 2012, Sovico – Sala Civica)

“Mio figlio sa fare le cose, e anche meglio degli altri. Io sono convito che riuscirà in quello che deciderà di fare. Il guaio è che non ne è convinto lui, non ha fiducia in se stesso, si sottovaluta. E così si tira indietro, pensa già in partenza di non farcela. Conosco dei padri che invece si lamentano perché il loro figlio è troppo sicuro di sé, è convinto di riuscire anche se non è ancora preparato, e così non studia come dovrebbe. Magari ci potesse essere una compensazione, fra questi due tipi di caratteri! Come mai queste diversità?”

“A una ragazza di quindici anni non si può permettere di star fuori di sera fino a tardi. Io con mia figlia tengo duro, a costo di scenate. Se passa l’ora, sto ad aspettarla e mi sente. E se le succede qualcosa, non venga poi a lamentarsi…”

“Nostro figlio sostiene che certe cose le vuole vedere con i suoi occhi, certe esperienze le vuole fare di persona. Ma che ragione c’è di ricominciare da capo? Perché non fa tesoro delle nostre esperienze, che cerchiamo di fargli presente? Perché vuole sbattere il naso là dove già l’abbiamo battuto noi?”

“Nostra figlia è cambiata, ci manca di rispetto. Esprime giudizi taglienti, che ci feriscono: “siete vecchi, nel modo di pensare” dice “avete una visione ristretta”. Non dice: “ Siete dei cretini”, ma forse certe volte lo pensa. Io ci resto male, mio marito ancor di più, anche perché non sappiamo come comportarci.”

“Io sono a disagio per un’altra cosa. Mio figlio vuole discutere delle cose che succedono, delle decisioni da prendere. Io ci sto, ma è difficile discutere con lui. È intollerante, tira via con dei ragionamenti filati come se avesse la verità in tasca. E io dopo un po’ non lo sopporto proprio.”

Cercherò di parlare in questo breve intervento del tema centrale di questa serata, del contrasto fra l’ideale di figlio e il figlio reale con cui ci troviamo a fare i conti ogni giorno. Un contrasto fra qualcosa di concreto, tangibile, e qualcosa che esiste dentro di noi, frutto della nostra mente, ma che interagisce inevitabilmente con la realtà.
Ecco vi chiederei di pensare per un attimo nella vostra mente al vostro figlio ideale, provate a vestirlo, a pettinarlo, fatelo parlare, mangiare, guardatelo mentre esce con gli amici, mentre è a tavola a casa, mentre è a scuola.
Ora pensate a vostro figlio o a vostra figlia, a quelli reali, a quelli che sveglierete domattina, ecco vi chiedo di pensare a loro, di guardarli, come sono vestiti, pettinati, a cosa e come mangiano, alla loro camera, alla loro musica, a come passano il tempo, a come vanno a scuola, a come vi rispondono…
Credo che ci possano essere reazioni diverse, inevitabile un confronto che a qualcuno potrebbe far sorridere, a qualcuno arrabbiare, rattristare, sperare…

Ho parlato di contrasto, ma vorrei confrontarmi con voi su questo. Mi piacerebbe a fine serata capire se quella fra figlio ideale e figlio reale è una lotta, una guerra fra due mondi così diversi, oppure se può essere qualcosa d’altro.

Ma vediamo un po’ di capire di che cosa stiamo parlando. Vorrei anzitutto chiarire che cosa intendiamo quando parliamo di figlio ideale.

È un po’ come se i figli nascessero nelle e dalle nostre teste ancor prima che dalle pance delle mamme, e ancor prima che nei reparti di maternità.. Le basi della relazione fra i genitori ed i figli cominciano ad istaurarsi già prima della nascita del bambino e si evidenziano nelle fantasie e nelle aspettative dei genitori, durante la gravidanza, sulle possibili caratteristiche del nascituro; ci immaginiamo il sesso, i gusti, le preferenze, il carattere, la squadra di calcio di cui sarà tifoso…

Ma da che cosa dipendono queste aspettative, questi ideali? Buona parte di quel che ci aspettiamo dai nostri figli, di quello che inconsapevolmente chiediamo loro di diventare, dipende dal nostro stesso essere stati figli, dalla nostra esperienza vissuta, da ciò che siamo stati, che avremmo voluto essere, che non siamo. C’è sicuramente un livello concreto, ma esso è strettamente collegato a un livello emotivo affettivo e relazionale. Facciamo per esempio riferimento a tutto ciò che la psicologia mette sotto il nome di teoria dell’attaccamento. Non stiamo dando la caccia alle aspettative, semplicemente ciò che vorrei sottolineare è l’importanza che può avere l’essere consapevoli che le nostre aspettative spesso hanno origine nella nostra storia e effetto su chi ci circonda. Alcune di queste infatti fanno da motore rispetto ad attitudini e predisposizioni dei nostri figli, altre invece possono fungere da “bastone tra le ruote”. Pensiamo soltanto a quanto le aspettative che abbiamo nei confronti del nostro partner siano profondamente dipendenti da esperienza relazionali e affettive che principalmente appartengono alla nostra infanzia.

Ma tornando al rapporto fra genitori e figli ogni genitore pone quindi sui figli, attraverso quelli che possiamo definire dei movimenti proiettivi, delle aspettative personali. E ce ne sono di diverso tipo: riscatto, riparazione, superamento della solitudine, specchio del proprio successo, moderatori di coppia… pensate alla vostra doppia esperienza di figli e di genitori…
Un adulto che non ha avuto modo di studiare potrebbe mettere nel figlio il suo desiderio di riscatto, e immaginarselo così dottore, avvocato, professore; un adulto brillante, in carriera, fiero di sé, potrebbe voler vedere se stesso e la sua realizzazione nel figlio; e così via…

La diretta conseguenza di queste proiezioni è che le aspettative che i genitori nutrono sul destino dei figli pongono la basi del ruolo che i figli stessi rivestiranno in famiglia e sono alla base della formazione del carattere di questi figli.

Se da figli rispondiamo, ad esempio, alle aspettative di successo dei genitori, siamo chiamati a sviluppare doti di eccellenza e capacità di riuscita, se invece siamo destinati a sopperire alle difficoltà relative alla solitudine di un genitore siamo chiamati a sviluppare doti di sensibilità verso l’altro e capacità di accadimento, e cosi via. Frequentemente i figli svolgono funzioni di mediatori del dialogo, all’interno della coppia stessa. Mi viene in mente a questo proposito un libro che ho letto da poco, “Trauma” di Mc Grath, dove due fratelli che si trovano ad avere a che fare con una madre molto depressa sono chiamati a due destini differenti (riscatto vs accadimento cura). L’uno diventerà uno psichiatra sensibile, empatico, attento; l’altro un artista sfacciato, egocentrato, ribelle.

Considerando poi il fatto che i genitori rappresentano la fonte principale di gratificazione dei bambini, è intuitivo che le predisposizioni, non si sviluppano come una libera possibilità, ma piuttosto come ricerca di amore e approvazione da parte dei genitori.
Un genitore che vuole un figlio capace di successo, lo gratifica quando manifestiamo comportamenti in quel senso. Il ripetersi di tali comportamenti porta alla stratificazione di un atteggiamento, a un modo di comportarci che vanno oltre la relazione con i genitori e che diventa un modo di interpretare la realtà. Il ragazzo stesso sarà soddisfatto di sé quando compirà azioni e imprese di successo. È una delle possibili strade dell’interiorizzazione delle figure genitoriali.
Risposte di questo tipo valgono soprattutto in riferimento all’infanzia, periodo durante il quale i figli hanno costantemente bisogno di poter fare totale affidamento sulle proprie figure di riferimento.
Ma se ci riferiamo all’adolescenza un grosso cambiamento è che non si attuano più solo comportamenti per avere la gratificazione dei genitori, ma per avere la propria gratificazione, grande scoperta. L’adolescenza è la fase in cui si entra nel pieno di quello che viene definito il processo di separazione-individuazione, l’adolescente vuole sperimentare un suo personale modo di vedere la realtà, di approcciarsi al mondo. Un modo che sicuramente contiene gli effetti delle proiezioni che i genitori hanno sedimentato in lui, ma che contiene anche qualcosa di nuovo, personale e originale, qualcosa che è farina del suo sacco. “Vuoi che io diventi un grande nuotatore? Smetto di nuotare.” Questi sono gli atteggiamenti tipici di un adolescente, di un figlio che in questo modo si afferma e chiede indirettamente ai genitori approvazione, “vediamo se mi vuoi bene lo stesso”.
Una fortuna per i figli, che iniziano così a costruire la propria individualità e identità, e una fortuna per i genitori, poiché la sorte dei loro figli non è certo solo responsabilità loro!

Davanti alle aspettative genitoriali l’adolescente tende a mettere in atto una serie di risposte che possiamo raccogliere tra due estremi: identificazione e opposizione.
La prima risposta implica una tendenza ad assecondare e condividere l’aspettativa genitoriale: la mamma desidera che io sia un buon accuditore per lei, io mi adeguo e lo divento.
La seconda implica che si faccia il contrario: papà vuole che io sia uno sportivo di successo? Io mi ribello e non muovo un dito.

Ad aspettative diverse possono corrispondere risposte diverse. Sono modelli comportamentali opposti che hanno comunque un’origine comune nell’aspettativa genitoriale. In mezzo vi sono ovviamente tutte le sfumature e risposte possibili.

Abbiamo visto da dove hanno origine le aspettative genitoriali nei confronti dei figli, quale forma possono assumere e le reazioni che i figli possono avere a tali aspettative.

Sappiamo bene, parlando di figlio ideale, che i genitori si troveranno inevitabilmente di fronte alla frustrazione di tali aspettative e ideali. E mai così tanto come quando il figlio è adolescente.

Il “figlio ideale” di oggi, normalmente, corrisponde ad un modello abbastanza preciso: deve essere socievole ed estroverso, sincero e trasparente, deve avere molti amici, essere sportivo, ma non agonista o ambizioso; deve essere molto bravo a scuola, ma non troppo studioso a discapito della vita sociale, ubbidiente, mangiare sempre e il giusto, essere esente da sentimenti considerati negativi quale l’aggressività, l’indolenza, il consumismo, deve crescere forte e sicuro, senza cedimenti o colpi di testa e, soprattutto, deve sempre essere sereno e felice.
È evidente che un tale programma facilmente sarà disatteso dalla realtà, perché il figlio potrà avere moti di aggressività, a scuola potrà non essere bravissimo, e forse non sarà uno sportivo, oppure attraverserà dei momenti di difficoltà, di ribellione, di apatia, avrà insomma contrattempi e ostacoli nella sua corsa verso la persona ideale che i suoi genitori sognano.
Come affronta il genitore queste situazioni, questi scostamenti dal percorso stabilito e sereno, pensato e vagheggiato?
Quali sono le reazioni che i genitori assumono nei confronti della “disillusione obbligata” che sperimentano quando si trovano davanti a loro figlio, al figlio reale?
(Charmet, Fragile e Spavaldo, ritratto dell’adolescente oggi)

La prima reazione è una sorta di incredulità mista a delusione; delusione per quello che sta avvenendo nonostante tutti gli sforzi fatti per evitarlo. Si fa fatica a contestualizzare certi eventi e ad inserirli come episodi nell’ambito di una esistenza lunga e articolata, ma immediatamente si tende a considerarli permanenti. Quindi ci si deve attivare per eliminare questa ombra, per rimuoverla, per cambiare subito la situazione.
La seconda reazione è l’immediata ricerca della causa, di ciò che ha comportato questo scostamento. Alcuni genitori tendono a ritenerla esterna ed indipendente da loro e a rintracciarla nel mondo e nella società: la televisione, la scuola che non capisce, le cattive compagnie.
Altri genitori tendono a colpevolizzarsi, a ricercare le cause della delusione in se stessi, a entrare in crisi e mettere in discussione il loro ruolo. Il genitore tende ad intervenire in prima persona a rimuovere ostacoli e ad alzare steccati protettivi nei confronti dell’esterno. Ma non difendiamo il figlio reale, bensì quello ideale.
Ci sentiamo delusi da una bugia o dal non essere messi a parte dei suoi sentimenti, oppure se le sue aspirazioni non corrispondono alle nostre e a quelle che ci aspettavamo per lui. Viviamo come affronti personali i loro silenzi o i loro musi o le loro ribellioni.
Nello stesso tempo, quando nostro figlio ci appare deluso o triste o preoccupato ci allarmiamo e facciamo di tutto per renderlo apparentemente sereno e felice, evitando tutto ciò che può comportare delusione o difficoltà.
Ma un’altra reazione che la disillusione porta con sé è la paura. Paura che nella loro crescita qualcosa vada storto o come non era previsto o sperato; paura, fondamentalmente, che l’idea di figlio ideale non si realizzi, che nostro figlio non ci ami abbastanza, che la società non ci riconosca come madre e padre giusti ed efficaci.
Da dove nasce questo nuovo atteggiamento genitoriale? Alcuni studi cercano di mettere in relazione tale reazione al clima sociale e culturale che stiamo attraversando. I figli sono pochi, spesso molto attesi e messi al centro della propria vita e di quella della famiglia allargata con modalità senza precedenti. Costituiscono una ragione di affermazione narcisistica. Ci rappresentano. Rappresentano la nostra bontà di educatori e di persone, ma anche un nostro riscatto. Ma questo non basta per rassicurarci: i nostri figli devono essere migliori di noi, perfetti in quanto amati e seguiti in modo perfetto, perfetti in quanto accontentati in tutto ciò che desiderano. (torniamo quindi un po’ al concetto di figlio ideale e a quanto in questo ci sia di nostro)

E cosa ce ne facciamo di tutto ciò ?
Non ci sono ricette magiche del “buon genitore”, né segreti da scoprire. C’è da vivere. Nel senso di prendere consapevolezza del figlio ideale nella nostra testa e contemporaneamente prestare ascolto, attenzione e disponibilità al figlio reale. Se si insegue l’ideale si rischia di erdere ciò che di buono il reale può darci e dirci. Mi vengono in mente tre parole: Esperienza, Coraggio e Fiducia. Non poco.

Dott. Dario Ferrario
Dott.ssa Valentina Fanelli

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09th gen2012

GENITORI A TEMPO INDETERMINATO

serate sulla genitorialità in adolescenza

Lo Studio di Psicologia Zetema vi invita a partecipare a una serie di serate sulla genitorialità in adolescenza.
Serate organizzate da Dott. Dario Ferrario con la Dott.ssa Valentina Fanelli, in collaborazione con il Comune di Sovico (MB).

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15th nov2011

Conferenza sulla Comunicazione per la salute


La Dott.ssa Cadeo e il Dott. Ferrario parteciperanno alla Conferenza sulla Comunicazione per la salute organizzato da C.U.R.A., Centro Universitario di Ricerca sugli Aspetti comunicativo relazionali in medicina. La conferenza si terrà presso l’Università degli Studi di Milano – Via Festa del Perdono, 7 – Milano

Il contributo “La comunicazione difficile terapeuta-paziente: un indagine con il metodo SASB” sarà presentato all’interno del topic “Comunicazione paziente difficile” nella Sessione Scientifica del 24 novembre che va dalle ore 17.45 alle ore 19.15.

Crediamo fortemente che occasioni di questo tipo possano favorire lo scambio e il confronto necessari a mantenere attiva l’integrazione fra ricerca e buona pratica clinica a noi cara.

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21st set2011

Iniziative OTTOBRE /NOVEMBRE

Siamo lieti di rendervi partecipi delle prossime iniziative attive presso lo studio

LA RELAZIONE CREATIVA – ottobre 2011

relazione creativa

CRESCERE CON MIO FIGLIO – novembre 2011

Crescere con mio Figlio- Monza

 

cliccate sul link per scaricare la brochure e il modulo di adesione

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31st ago2011

PAROLE, CORPO, RELAZIONE

Le parole che sorgono sanno di noi
ciò che noi ignoriamo, di loro

René Char

“Psyché deriva da physèche che significa ciò che sostiene e muove la natura”, come sosteneva Platone nel Cratilo, accade nel vivere che venga meno il sostegno e il movimento naturale dell’anima. Dove è finita psichè? Sotto gli urti di un accadimento tragico, dimenticata nei forsennati ritmi del quotidiano, nella pesantezza di un lento patimento?

Un incontro umano che contempli spazio e tempo alla parola, al corpo, alla relazione s’offre quale occasione di ricerca affiché psichè torni a sostenere e muovere la propria natura.

“Técne deriva da héxis nou che significa essere padrone e disporre della propria mente” aggiunge Platone. Accade nel vivere di sprofondare in confusi turbinii emotivi…
L’incontro tra due soggettività, esperte ciascuna in termini e modalità diverse, si presta quale condivisione di competenze intime, in cui la scoperta dei propri equipaggiamenti tecnici possa favorire una presenza attiva nell’affrontare i personali attraversamenti emotivi.

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31st ago2011

STUDIO ZETEMA

 

Lo Studio di Psicologia ZETEMA nasce dall’esperienza di due psicologi che intendono prendersi cura della persona e del suo disagio psicologico coniugando il modello teorico e metodologico delle loro scuole di appartenenza ai risultati delle ricerche più attuali nell’ambito degli studi di esito e processo delle psicoterapie. Si offrono consulenze psicologiche ad adolescenti e adulti, supporto psicologico.

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